IpnoPodcast è un prodotto particolare, da ascoltare possibilmente in cuffia, a occhi chiusi, quando vuoi dedicarti uno spazio di relax e NON mentre stai guidando o ti stai dedicando ad attività potenzialmente rischiose.
La psicoterapia è soltanto per chi sta male? Fortunatamente no. E' per chi vuole stare meglio, indipendentemente dal punto di partenza. Per questa ragione, ogni episodio di questo podcast contiene un'ipnosi dedicata al benessere e all'amplificazione delle tue risorse personali.
Autore e voce è Alessandro Calderoni, psicologo, psicoterapeuta e ipnositerapeuta.
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Tre secondi di vuoto e la mano corre al telefono: lo conosciamo tutti, e spesso lo chiamiamo “noia” come se fosse un difetto da correggere. Noi proviamo a ribaltare la prospettiva con una guida di rilassamento e ipnosi leggera: la noia non come fallimento, ma come un luogo interno dove qualcosa matura quando smetti di riempire. La metafora che usiamo è una serra d’inverno: da fuori sembra ferma, dentro cresce tutto con una calma che gli occhi impazienti non sanno vedere.
Ti accompagniamo passo dopo passo a restare fermo e sveglio, senza scorrere, senza controllare, senza produrre. Entriamo nelle tre fasi che spesso arrivano in ordine: l’irrequietezza che chiede intrattenimento, l’acquiete che arriva quando togli invece di aggiungere, e l’affioramento di idee, ricordi e desideri che non vanno convocati ma lasciati spuntare. Parliamo anche del perché succede: quando interrompi nuovi stimoli, la mente cambia mestiere e passa dal ricevere al collegare, creando quei “ponti” da cui nascono creatività, soluzioni e intuizioni.
Per portare tutto nella vita quotidiana, ti diamo un’ancora semplice con pollice e indice, come la mano sulla maniglia della serra, e immaginiamo situazioni reali: treno e sala d’attesa, domeniche lente, dieci minuti prima di un compito importante, e la sera prima di dormire, quando il riposo diventa un raccolto raro. Se vuoi più calma, un detox digitale praticabile e un modo gentile per allenare attenzione e benessere mentale, premi play. Se ti va, iscriviti al podcast, condividi la puntata e lascia una recensione: qual è il momento vuoto che vuoi smettere di temere?
Il dr Alessandro Calderoni è psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e ipnositerapeuta. Dirige il centro clinico Psymind tra Milano e Torino ed è founder di Relief, il primo servizio di sollievo psicologico rapido dal vivo e on line. Se desideri adottare l'autoipnosi clinica per migliorare una specifica condizione, scarica e prova l'app SOLLIEVO per Android o per IOS.
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Hipnopodcast Ipnosi positive e professionali per rilassarti e migliorarti a occhi chiusi.
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La voce che ti accompagna è di Alessandro Calderoni.
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Bentornata, bentornato su Hipnopodcast, quarta stagione Ancora Umani. Quanto dura per te la noia prima che diventi insopportabile? Tre secondi? Due? Non è una domanda retorica. Il riflesso è quello: un attimo di vuoto e la mano è già sul telefono. E i dati raccontano la stessa storia da un'altra angolazione. Nel sondaggio APA 2026, alla domanda su come si fa fronte alla solitudine, il 54% risponde guardando tv e video e un altro 54% ascoltando musica. Riempiamo. Davanti a un'emozione scomoda, la prima mossa è sempre la stessa: metterci sopra qualcosa. Eppure la noia, quella vera, ha un segreto che chi crea conosce bene: è un'incubatrice. Le idee migliori non arrivano quasi mai mentre siamo stimolati. Arrivano sotto la doccia, camminando, fissando il soffitto. Arrivano quando fuori non succede niente, perché è lì che dentro comincia a succedere qualcosa. La metafora di oggi è una serra d'inverno. Da fuori sembra ferma, immobile, quasi noiosa. Dentro sta crescendo tutto. Cuffie, occhi chiusi, un posto tranquillo. Mai alla guida, mai durante attività che richiedono vigilanza. Cominciamo, sistemati e ti avviso subito, con un sorriso. Nei prossimi minuti non succederà niente di spettacolare, nessun colpo di scena, nessun effetto speciale. Ed è esattamente il punto di oggi. Gli occhi si chiudono, il respiro va da solo, e il corpo si ferma. Fermo davvero! Niente da scorrere, niente da controllare, niente da produrre. Qual è stata l'ultima volta di giorno? La sveglia, la sveglia. E se la mente comincia ad agitarsi un po', a cercare intrattenimento, a chiedere. E adesso cosa facciamo? Benissimo, è il segno che siamo nel posto giusto. Lasciala fare. È come un motore che gira a vuoto ancora per un po' dopo che hai tolto il piede dal gas. Gira, gira più piano. E si spegne da solo, si spegne sempre. Le spalle scendono, le mani si posano, senza incarico. La fronte si distende, la mascella si allena. E ogni espiro toglie un giro al motore. Sentilo scalare. Un espiro, un giro in meno, un altro espiro, ancora più chiaro. E intanto nota una cosa che di solito sfugge. Quanto raramente in una giornata il corpo si ferma senza addormentarsi. O corriamo o crolliamo. Questa terza cosa, fermi e svegli, l'abbiamo quasi disimparata. Eccola qui, adesso. Fermi e svegli, senza niente da fare. È uno stato buono e il corpo lo riconosce subito, come si riconosce una stanza in cui si è già stati. E ora immagina un giardino d'inverno, sul presto. L'aria fuori è fredda e pulita. E in fondo al giardino una sella. La vedi, i vetri leggermente appannati, la luce lattiinosa che filtra, qualche goccia che scivola lungo una lastra. Avvicinati, entra. Il calore umido ti avvolge subito, buono, come un abbraccio a bassa voce, odore di terra bagnata, di foglie, di legno. E la porta si richiude alle tue spalle con un piccolo tonfo ovattato. Il freddo ti resta fuori e con lui l'orologio. Guardati intorno, banconi di legno scuro, vasi di terracotta allineati, un annaffiatoio appoggiato di traverso, un paio di guanti lasciati lì da qualcuno che tornerà come calma. È un posto di cura questo. Nessuno ci entra di corsa. E c'è quel silenzio speciale dei vetri. Non è assenza di suono, è suono attudito. Fuori il mondo continua a fare le sue cose e qui dentro arriva da lontano, senza pretese. E davanti a te un lungo corridoio centrale tra i balconi delle piante. Percorrilo piano, campata dopo campata. Sette campate fino al centro. Sette, l'odore di terra bagnata che si fa più pieno. Sei, il silenzio particolare dei vetri, ovattato, protetto. 5. Foglie immobili ai lati, verdi, pazienti. 4. Il passo che rallenta da solo, perché qui la fretta non ha niente da fare. 3. La luce sempre più morbida, bianca e calda insieme. 2. Quasi in fondo il calore che ti ha preso tutto. 1. Il corridoio finisce in un piccolo slargo con una panca di legno consumata. Siediti se ti va. Qui non c'è niente da fare e nessuno che aspetti che tu lo faccia. Eccoti al centro della serra, fermati qui e guarda. A prima vista niente. Nessun movimento, nessun suono, nessuno spettacolo. Vasi, terra scura, qualche gemma chiusa, foglie ferme. Se la serra fosse un video l'avresti già chiuso dopo tre secondi. E invece resta, resta e guarda una seconda volta, con occhi più lenti, perché in questo momento, sotto ogni centimetro di quella terra, stanno succedendo cose: radici che scendono al buio, millimetro dopo millimetro, cercando acqua, semi che si spaccano piano, con quella forza tranquilla che rompe i gusci dal di dentro, gemme che accumulano zuccheri e pazienza per la primavera. La serra è il posto più vivo di tutto il giardino, solo che lavora a un ritmo che gli occhi impazienti non sanno vedere. Ci vogliono occhi fermi, come i tuoi adesso. La tua noia è questa serra, identica. Fuori, sotto stimolazione, niente che intrattenga, niente che luccichi, dentro, fermento. E adesso che sei qui, ferma, fermo, puoi conoscere le sue tre fasi una per una, perché arrivano quasi sempre in quest'ordine, e conoscerle cambia tutto. E cambia già qualcosa, solo saperlo, perché fino a ieri la noia era un allarme. Qualcosa non va, riempi, muoviti, subito! Da oggi è un'informazione diversa. Sto entrando in serra. Stessa sensazione, altro significato. E il significato nel corpo cambia perfino la sensazione. Prima fase, l'irrequietezza, il prurito, la voglia di uscire, di riempire, di prendere in mano qualcosa. Eccola che sale, magari la senti anche adesso, un filo. Lasciala salire e lasciala scendere, come un'onda che ha fatto la sua corsa. Non ci devi fare niente. E se torna un'onda più piccola, stessa cosa, sale, scende. Ogni onda lasciata passare rende la serra più tua. Seconda fase, l'acquiete. Il motore spento davvero, il respiro largo, il tempo che smette di incalzare e comincia semplicemente a esserci. Ci sei adesso. Sentila, questa quiete, com'è fisica, le spalle, la pancia, le mani. E nota il paradosso, perché è istruttivo. Questa quiete non l'hai prodotta, l'hai ottenuta togliendo. È una delle pochissime cose al mondo che funzionano così. E poi la terza fase, la più interessante, l'affioramento. Qualcosa sale da solo, dalla terra scura. Un ricordo, un'immagine, una voglia dimenticata, un'idea per quella cosa lì, quella che gira da giorni. Non convocarla. Le idee di serra germogliano da sole. L'unico modo per perderle è calpestarle con rumore. Tu lascia la terra tranquilla e guarda cosa spunta. C'è tempo, in serra c'è sempre tempo. E se oggi non affiora niente va bene uguale. Non è un esame e la serra non deve consegnare. Ci sono giorni in cui il raccolto è solo il riposo, e il riposo di questi tempi è già un raccolto raro. Del resto quello che spunta spesso spunta dopo, un'ora dopo, sotto la doccia, per strada, mentre pensavi ad altro. La serra continua a lavorare anche quando ne sei uscita, anche quando ne sei uscito. E c'è un motivo e non è misterioso. Quando smetti di dare alla mente materiale nuovo da smaltire, lei non si spegne, cambia mestiere, passa dal ricevere al collegare. Va a prendere pezzi lontani tra loro, li avvicina, prova accostamenti che con lo schermo acceso non avrebbe mai provato. Le idee sono quasi sempre questo: due cose vecchie messe insieme in un momento di quiete. L'ancora di oggi, pollice e indice, ed è la mano sulla maniglia della serra. Senti il metallo tiepido, la porta che conosci. Ancora una volta, pollice e indice, la maniglia, il calore umido che ti accoglie. E una terza volta, per fissarlo bene, pollice e indice, la maniglia che cede e il calore che ti accoglie. Da oggi questo gesto vuol dire la noia non è un'emergenza, è una serra. Entro e lascio crescere. Guarda i prossimi giorni, adesso. Prima scena: un viaggio, treno, metro, sala d'attesa. Il momento vuoto si apre davanti a te come sempre e senti il vecchio riflesso partire verso il telefono e ti vedi fare l'altra cosa, pollice e indice, ed entri in serra. L'irrequietezza sale, la conosci per nome ormai, la lasci passare. La quiete arriva, e poi, chissà, il germoglio, l'idea, la soluzione, la voglia giusta, o anche solo riposo vero di quello che ripara. Anche quello è raccolto, forse il raccolto più raro di tutti. Seconda scena, una domenica lenta, di quelle che una volta ti mettevano addosso il nervoso del dovrai fare qualcosa, e ti vedi invece lasciarla lenta apposta, almeno un pezzo, la serra aperta per un'ora intera, vedere cosa spunta quando lo spazio è largo. E terza scena, dieci minuti prima di qualcosa che conta, un lavoro creativo, un problema da risolvere. Invece di riempirli, li lasci vuoti, in serra. È il modo migliore di preparare la terra prima di seminare. Le menti che entrano nelle cose da un momento di quiete lavorano meglio, lo sentirai subito. E una quarta scena, la più semplice. La sera, dieci minuti prima di dormire, il telefono già posato, la luce bassa, e tu lì, senza fare niente. È il momento in cui la serra lavora meglio perché il sonno raccoglie quello che il giorno ha seminato. Chi entra nel sonno da un momento di quiete dorme in un altro modo, lo noterai al mattino. E col tempo succede una cosa curiosa, che oggi sembra impossibile. I momenti vuoti smetti di temerli. Qualche volta te li vai perfino a cercare, come si va nell'orto la mattina a vedere cosa è spuntato nella notte. Usciamo dalla serra, piano, richiudendo il vetro alle spalle. Il calore resta dentro e continua a lavorare per te anche adesso che te ne vai. 1. Il respiro si fa più presente. 2. Il corpo, il suo peso, la superficie che ti sostiene. 3. Le dita si muovono piano, si risvegliano. 4. I suoni della stanza, di nuovo qui, vicini. 5. Occhi aperti quando vuoi, con calma da serra. Bentornata, bentornato. E alla prossima attesa vuota, ricordati, là sotto sta crescendo tutto.
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Hipno Podcast. La voce che ti accompagna è di Alessandro Calderoni.